Juliette - capitolo 26

scritto da Nigthafter
Scritto Ieri • Pubblicato 14 ore fa • Revisionato 14 ore fa
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«La guerra uccide gli uomini, monsieur. E non è detto che la morte per le pallottole sia quella peggiore.»
- Nota dell'autore Nigthafter

Testo: Juliette - capitolo 26
di Nigthafter

Juliette - capitolo 26

«La guerra uccide gli uomini, monsieur. E non è detto che la morte per le pallottole sia quella peggiore.»
Le parole di Maël Morvan gli rimasero appese addosso come un peso umido.
Quella lunga, dolorosa rievocazione non era stata solo un racconto: era quasi la confessione di una colpa.
Esserci stato. Aver visto. Non aver potuto scongiurare l’orrore doveva essere qualcosa che ti opprimeva l'anima come un rimorso straziante.
Marcel affrettò il passo, la testa china contro la pioggia gelida che gli sferzava il volto.
I pensieri gli si aggrovigliavano, caotici, e non riuscivano a lasciarlo.
Ora sapeva chi fosse René. E sapeva anche che non c’era più tempo per indugi. Quell’uomo non era soltanto pericoloso: era astuto, determinato, e aveva già dimostrato di non fermarsi davanti a nulla.
Era certo che fosse stato lui a far sparire coloro che avrebbero dovuto fornirgli il materiale di Guillaume Martin sulla vicenda di Juliette.
Uno dopo l’altro. La prova decisiva stava ancora nella casa di Lucas Moreau.
I sigilli della gendarmerie, ormai, dovevano essere stati tolti.
Non c’era tempo da perdere.
Insensibile al freddo che gli penetrava nelle ossa, Marcel raggiunse la cabina telefonica nella piazza deserta del villaggio.
Si rifugiò al riparo dal tempo ingrato, estrasse il piccolo Moleskine dalla tasca interna del giubbotto e i gettoni dal portamonete.
Compose il numero con dita intirizzite e attese.
Gli squilli gli parvero un eternità.
Alla fine una voce rauca rispose: - Allô?
- Bonsoir madame Descamps, sono Marcel Dubois. Ricorda la nostra precedente telefonata? Vorrei fissare un appuntamento per visitare la casa di Lucas Moreau.
Un attimo di silenzio, poi: - Oui, monsieur. Sempre alla cifra pattuita, giusto?
- Esatto, madame. Quattrocento franchi, come pattuito. Le va bene se ci incontriamo domattina verso le dieci, qui davanti a L’Amarrage Gaspard?
- D’accordo, monsieur. Ci sarò. Con le chiavi.
Marcel riagganciò.
Fuori dalla cabina la pioggia non aveva smesso di cadere.
Passando davanti alle vetrine del fotografo si chiese come mai, stante il contesto, fosse strano che avesse tenuto in esposizione la foto di Juliette che gli aveva regalato.
Ma poi, ricordando la loro conversazione, l'uomo aveva detto d'aver rilevato l'attività del precedente fotografo e con quella tutto ciò che aveva contenuto il negozio.
Di certo il nuovo proprietario proveniva da fuori e ignorava chi fosse la donna nella foto.
Vedendola, nessuno del posto aveva osato mettergli la pulce nell’orecchio su chi fosse….
Le luci delle finestre del villaggio si erano accese.
Parevano centinaia di occhi sospettosi e ostili che lo fissavano, come se fosse un nemico, un alieno venuto a rubare la loro pace e a disseppellire un segreto vergognoso sepolto da quasi mezzo secolo.
E per la prima volta, da quando aveva capito chi fosse René, si domandò se che qualcuno, da qualche parte, stava già sapendo che lui si stava muovendo.

Al termine del racconto di Morvan, vedendo lo stato di dolorose prostrazione in cui si trovava il vecchio, non aveva avuto cuore di affrontare il discorso della maledizione lanciata dalla donna e delle morti che si erano susseguite tra quelli che l'avevano uccisa e i loro discendenti.
Per questo aveva abbandonato la casa del pescatore.
Il materiale che aveva raccolto sarebbe stato molto utile per la stesura del nuovo romanzo di prossima scrittura.
Ma questa parte oscura che entrava nella dimensione del paranormale era altrettanto interessante di ciò che già aveva saputo.
Fra qualche giorno sarebbe tornato a trovarlo per affrontare l'argomento.
Quando Morvan aveva finito di parlare, era uscito dalla casa del pescatore senza aggiungere una parola.
Il vecchio era sprofondato in una prostrazione così dolorosa che non aveva avuto il coraggio di proseguire.
Non gli aveva chiesto della maledizione lanciata dalla donna, né delle morti che, una dopo l’altra, avevano colpito chi l’aveva uccisa e i loro discendenti.
Il materiale raccolto sarebbe stato prezioso per il romanzo che intendeva scrivere.
Eppure era proprio quella parte oscura che sfiorava il paranormale, a essere
più interessante e più inquietante, di tutto ciò che aveva saputo fino a quel momento.
Fra qualche giorno sarebbe dovuto tornare. Doveva farlo.
Si era chiesto, dopo aver saputo chi fosse davvero René, se fosse ancora saggio per lui restare a dormire nella tana del lupo.
L’idea di condividere lo stesso tetto con quell’assassino gli faceva scorrere un brivido gelido, lungo e insistente, sulla schiena.
Eppure quel D&B era l’unica struttura ancora aperta in cui alloggiare in quel periodo.
Se voleva andare fino in fondo alla storia doveva fermarsi al villaggio; e al punto in cui si trovava non aveva la minima intenzione di mollare la ricerca della verità, per nulla al mondo.
Sarebbe stato l’ideale poter dormire chiudendo un solo occhio, con una pistola infilata sotto il cuscino.
Ma l’unica arma che avesse mai tenuto in mano era un fucile da tiro a segno alle sagre, tra le giostre durante il Carnevale.

Rientrò al B&B di mala voglia, i panni pesanti di pioggia che gli scivolavano lungo la schiena come dita fredde.
René e madame Auger stavano dietro il bancone della reception.
Parlavano a voce bassa.
Nel momento in cui la porta si chiuse alle sue spalle, le loro parole si spensero di colpo. Gli sguardi si alzarono insieme, troppo velocemente e per un istante rimasero sospesi su di lui prima di scivolare altrove.
Come se fossero stati colti a parlare di lui.
Si passò una mano sul volto bagnato. Paranoia, forse. Solo paranoia.
Eppure madame Auger doveva conoscere la storia di René come chiunque altro nel villaggio. Non poteva ignorare ciò che lui aveva fatto.
La domanda, gli balenò in mente: approvava, o semplicemente taceva come altri?
Forse doveva guardarsi da entrambi.
- Monsieur, si prenderà un malanno se continua a girare senza ombrello con questo tempo infame.
La voce di madame Auger era calma, quasi materna, ma gli occhi non lo erano.
- Ora salgo a cambiarmi, madame. Farò anche un bagno caldo.
- Intende cenare con noi o esce di nuovo più tardi? Nel caso le allestisco il posto a tavola. - No, madame. La ringrazio. ’Sta sera non ho appetito e conto di coricarmi presto. Mi basterà una tazza calda di café au lait.
- René gliela prepara subito. Ma intanto salga a togliersi di dosso questi abiti zuppi d’acqua.
- René annuì con un semplice cenno del capo.
Il sorriso gli si aprì sulle labbra, ma gli occhi rimasero fermi, opachi, come due pozze d’acqua stagnante.
- Grazie, madame. Tra venti minuti scenderò per la bevanda.
Aprì l’acqua della doccia e restò in attesa che si scaldasse.
Dalle vecchie tubature salì un fischio lungo, acuto e lamentoso, che riempì l’angusto bagno.
La stanza era gelida.
L’umidità di fuori filtrava dagli infissi usurati e si posava sulle pareti come un velo freddo.
Si sfilò i vestiti zuppi di pioggia. Restò nudo, rabbrividendo si cacciò sotto il getto bollente.
L’acqua gli scorse addosso con violenza. Per qualche secondo non riuscì nemmeno a respirare; poi tirò il fiato e sentì il calore scendere lungo le membra intorpidite, riportandole a vita con una lenta, quasi dolorosa distensione.
Il vapore salì in fretta, avvolgendolo in una nebbia densa, amniotica, confortante.
Scioglieva il nodo gelido che le cose della giornata gli avevano stretto dentro.
Ma qualcosa di quel freddo restava ancora, attaccato più in profondità.

Dopo essersi rivestito, Marcel scese.
Nella sala da pranzo lo attendeva già il café au lait fumante.
René lo servì in silenzio, con quella sua solerzia discreta.
- Desidera altro, monsieur?
Marcel strinse le mani intorno alla tazza. Aveva ancora il freddo delle strade nelle ossa.
- Un punch caldo. Con un po’ di Cointreau. Voglio togliermi di dosso questa umidità.
René annuì e sparì.
Tornò dopo una ventina di minuti con una tazza di vetro spesso, il manico largo proprio per non bruciarsi le dita.
Il liquido era scuro, aromatico, quasi oleoso.
Marcel bevve un sorso e sentì il calore scendere lento.
- Si è saputo qualcosa di quel peschereccio scomparso? - chiese senza guardarlo. - Quello di Yann Le Roux.
René rimase in piedi, le mani lungo i fianchi.
- Niente, monsieur. Il mare non ha fretta di restituire ciò che prende. Può restituirlo domani su una costa di qui o dell’Inghilterra. O tra sei mesi. O mai.– - Il mare è una matrigna - mormorò Marcel.
- È peggio di una matrigna- rispose René con calma. - Una matrigna almeno ti guarda mentre ti fa del male. Il mare no. E poi… a volte non è il mare a prendere.
Marcel alzò gli occhi. - Cosa intende?
René esitò un attimo, quasi a pesare le parole.
- Che se un uomo vuole sparire, monsieur, poche cose sono più comode di una barca e di una notte di nebbia fitta. Nessuno cercherà troppo a lungo. E nessuno si stupirà.
- Perché Yann avrebbe dovuto voler sparire?
Un leggero sorriso gli piegò appena le labbra, senza allegria.
- Forse monsieur non ha mai conosciuto da vicino la signora Le Roux. Altrimenti la domanda non la farebbe.
Restò un silenzio breve, pesante.
Poi René si allontanò con il vassoio.
Marcel portò di nuovo la tazza alle labbra. Il punch era ancora bollente.
Tra sé, a denti stretti, pensò soltanto: “Bastardo.”


(Continua)

Juliette - capitolo 26 testo di Nigthafter
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